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Weapons esordisce con un incipit inquietante e accattivante allo stesso tempo: 17 bambini di una classe scompaiono tutti alla stessa ora - 2:17 - tranne uno, Alex, che si rivelerà il vero protagonista della storia, nonostante inizialmente venga messo in secondo piano.
Il film è strutturato in sei capitoli, ognuno dei quali rappresenta il punto di vista di una persona diversa: la maestra, un poliziotto, il padre di uno dei bambini scomparsi, un ex tossicodipendente, il preside della scuola e, infine, Alex. Questa scelta dona al racconto un minimo di mistero in più rispetto a quanto già si evince dalle immagini e dai movimenti di camera, perfettamente in sintonia con lo stile suggestivo del film, ma allo stesso tempo favorisce una maggiore consapevolezza del peso emotivo: rabbia, disperazione e senso di colpa.
Il vero punto di forza di Weapons risiede nella capacità di combinare diversi generi. Il film inizialmente si apre come un dramma comunitario, trasformandosi progressivamente in un thriller a tutti gli effetti e finire verso il soprannaturale. Tutto questo grazie alla regia di Zach Cregger, che preferisce lasciare lo spettatore in bilico tra ambiguità e stupore. Dato il suo talento narrativo e registico, si conferma come uno dei registi più interessanti, con tutto il potenziale per rivoluzionare il genere horror contemporaneo.
Già con il suo primo film di successo, Barbarian, aveva dimostrato la sua ambizione, stravolgendo le regole del genere. In Weapons si spinge oltre, portando il pubblico a confrontarsi con un'alternanza che può risultare spiazzante, per alcuni persino frustrante, ma che in realtà è proprio questo a rendere unico il film.
Un altro punto di forza di Weapons è, ovviamente, il cast, che riesce a sostenere con efficacia questa complessità di genere. Su tutti spicca Julia Garner, che quest'anno si è fatta notare grazie a ruoli importanti, confermandosi una delle più interessanti rivelazioni del cinema horror del 2025 — e non solo. In Weapons, la Garner interpreta l'insegante Justine Gandy, che rappresenta l'aspetto più incisivo di tutto il racconto, poiché è il personaggio che più di tutti raffigura il peso di ciò che è accaduto.
L'unicità della Garner sta proprio nel perfezionare ciò che rappresenta: ciò che vuole suscitare attraverso gli sguardi e i silenzi che amplificano al tensione. La sua performance è il fulcro del film: riesce a trasmettere il senso di colpa, la pressione che si porta addosso da parte di un'intera comunità che la giudica costantemente responsabile, e la paura di crollare. Il tutto viene esaltato dalla regia di Cregger: lunghe inquadrature, giochi di luce che rendono l'ambientazione ancora più inquietante e suoni che amplificano l'angoscia dei protagonisti.
Lasciatemelo dire: Julia Garner, in tutto questo, è semplicemente sublime. Le sue recenti esperienze con il genere horror, ma anche con altri generi più "fantastici", le hanno permesso di acquisire nuove competenze che la aiuteranno a crescere nel settore e di cui ne sentiremo sicuramente parlare a lungo.
Accanto alla Garner, anche il resto del cast fa un ottimo lavoro, in particolare gli altri tre protagonisti principali che completano l'opera di Cregger. Josh Brolin interpreta un padre distrutto dalla scomparsa del figlio: la sua rabbia è soprattutto fisica, ma riesce comunque a farci percepire, anche se nascosta, la sua fragilità. Poi abbiamo Cary Christopher, il giovane Alex che, nonostante l'età, riesce a interpretare il ruolo più oscuro del racconto in modo straordinario, con una naturalezza tale da farlo sembrare reale.
E infine c'è Amy Madigan, nei panni di Gladys, l'antagonista. La Madigan offre una prestazione memorabile, anche se il film non la mette spesso in primo piano rispetto agli altri personaggi. All'apparenza è una persona normale, tanto che inizialmente nessuno ci presta troppa attenzione, né si chiede se possa nascondere qualcosa. Questo rende il pubblico costantemente incerto sul suo ruolo. Merito della Madigan, che riesce a oscillare tra compassione, innocuità e una crescente minaccia. Rende il personaggio inquietante senza ricorrere agli elementi che sono tipici dei "mostri" o dei cattivi, ma solo tramite un sorriso e la calma dei suoi gesti. In sostanze Cregger punta molto sull'espressività del volto e sulle emozioni più che sull'aspetto fisico. Il tutto è amplificato da una fotografia cupa e misteriosa e da un montaggio che alterna rumore e silenzio con precisione, senza eccessi, fino a rendere l'ambientazione davvero angosciante.
Nonostante tutto ciò. Weapons non è un film perfetto. La storia di alcuni personaggi non viene sviluppata quanto dovrebbe, o quantomeno quanto ci si aspetterebbe dato il loro peso nella trama. Ma soprattutto, l'elemento che più spezza il filo logico della narrazione - e che ha diviso il pubblico - è il finale. Quest'ultimo lascia lo spettatore di stucco, trasformando la curiosità in un'amara sorpresa.
La trama era solida, soprattutto per quanto riguarda la parte dedicata all'antagonista - qualcosa che non si vedeva da tempo - ma purtroppo è stata forzata nel finale, fino a farla risultare quasi grottesca.
Resta comunque un'opera che non ha paura di osare e che non si dimentica facilmente. Vi rimarrà impressa e vi accompagnerà a lungo. Non riuscirete a liberarvene, perché il suo scopo è proprio quello: lasciare allo spettatore una sensazione di angoscia che si trasforma in un incubo, lo stesso vissuto dai protagonisti, come se in realtà non fosse mai davvero finito!
L'estetica visiva di Weapons gioca un ruolo fondamentale nel costruire l'atmosfera del film.
E tu, pensi che l'estetica del film riesca davvero a sostenere la tensione narrativa?